Archivio film Cinema News — 26 maggio 2016

Titolo originale: X-Men Apocalypse
Regia: Bryan Singer
Soggetto: Stan Lee & Jack Kirby
Sceneggiatura: Simon Kinberg
Montaggio: John Ottman, Michael Louis Hill
Musiche: John Ottman
Cast: James McAvoy, Michael Fassbender, Jennifer Lawrence, Oscar Isaac, Sophie Turner, Olivia Munn, Hugh Jackman, Evan Peters.
Produttore: Bryan Singer, Hutch Parker, Lauren Shuler Donner, Simon Kinberg
Produzione: 20th Century Fox
Nazionalità: USA
Anno: 2016
Durata: 143 minuti

Il mutante En Sabah Nur regna incontrastato su tutto l’Antico Egitto. Le sue molteplici capacità mutanti lo portano ad essere venerato come un vero e proprio dio da tutta la civiltà antica.
Il film inizia però con il tradimento ai suoi danni, da parte di alcuni suoi sottoposti, che lo imprigionano sotto una delle piramidi. La coscienza di En Sabah Nur rimane però intatta, seppur addormentata e quando nel 1983 la sua tomba viene rinvenuta da una setta di credenti, allora questi si risveglia e tenta di riconquistare il suo posto di dominio su tutto il mondo.
Toccherà al professor Charles Xavier e alla sua folta schiera di studenti, gli X-Men, cercare di contrastare l’immenso potere del dio-mutante, e salvare così l’umanità intera.

Che Singer fosse un regista capace lo avevamo capito già dai tempi de I soliti Sospetti, ma da quando nel 2000 gli erano stati affidati gli X-Men aveva definitivamente dimostrato di sapersi confrontare e di saper gestire al meglio numerosi protagonisti per lungometraggio. La specialità di Singer, infatti, sembra proprio il saper orchestrare magistralmente tutti gli elementi del gruppo degli X-men. Non a caso i primi due film non verranno mai dimenticati. Poche volte abbiamo esempi simili di una profondità così longeva e ben particolareggiata di così tanti super eroi in un film solo.
Il marchio X-Men presentava proprio questo pericolo in particolare, ma il regista è stato capace di cogliere il vero senso di tutti i super umani. Reietti e sfigati, esclusi e segregati in una piccola comunità (quasi la scuola di Xavier fosse una sorta di ghetto), i mutanti marvel sono tra i super eroi più complessi di tutto l’universo fumettistico. Sempre in lotta tra di loro: tra chi vuole annientare la razza umana e chi invece, seppure emarginato dalla società, intende proteggerla al costo di essere visto come un mostro. Ognuno con i propri problemi (spesso legati ad una famiglia che li rifiuta per ciò che sono), ognuno con la propria psiche e il proprio fragile carattere. Non era facile approfondire bene certi personaggi, e non era di certo semplice portarli in un mondo “reale”.
Bryan Singer vinse proprio questa scommessa nel 2000 con X-Men e nel 2003 con X-Men 2. Non a caso il terzo capitolo della vecchia trilogia X-Men: Conflitto Finale, sul quale Singer si rifiutò di lavorare, fu un vero e proprio flop su tutti i fronti.
Il capace regista, tornò poi alla ribalta nel 2011 con X-Men: l’Inizio, portando il super gruppo alle loro origini e gettandoli nel mondo degli anni ‘70 e della guerra fredda. Fu un’idea meravigliosa, che rese ancora più arduo il compito di caratterizzare questi mutanti teenager, ai quali, tra i vari problemi si aggiungeva pure la loro adolescenza e tutti i problemi ad essa connessi. Idea vincente, sfruttata al meglio.

X-Men: Apocalypse è il terzo ed ultimo capitolo – anche se si vocifera di un remake de Conflitto Finale, ma noi siamo molto scettici al riguardo – della saga dei giovani mutanti, nel quale Bryan Singer, ora sia sceneggiatore, che produttore e regista, amalgama alla perfezione vecchi e nuovi super eroi dal gene X.
Nonostante l’eccellenza grafica e le aspettative molto alte, dopo un inizio che pare più una scusa per omaggiare Stargate, il lungometraggio non cade nella trappola del peplum digitale, e ne si abbandona ad un delirio di effetti e di esplosioni da disaster-movie come suggerirebbe il titolo (Apocalisse), ma anzi, tiene ben salde le fila del discorso, puntando ancora una volta ad approfondire la dimensione umana di alcuni mutanti. Primo fra tutti l’odissea infinita che ancora una volta porterà Magneto a schierarsi dalla parte dei cattivi e poi ancora una volta redimersi per salvaguardare i suoi amici, la sua vera e unica famiglia.
Più X-Men punta sul lato romantico e psicologico, più riuscirà a distinguersi da tutti gli altri blockbuster cinecomics. Ed è proprio questa la ricetta che Bryan Singer sembra volerci proporre ancora una volta.
Ad Hollywood quando si sviluppa una trilogia si segue sempre il dogma del more of the same, e questo porta spesso e volentieri ad alzare esponenzialmente il volume, l’azione e gli effetti speciali man mano che si avanza con i capitoli della saga. In parole povere dare agli spettatori quello che più era piaciuto del primo capitolo, doparlo e propinarglielo di nuovo in dosi ben più massicce ed esagerate.
Come ben potete immaginare e come ormai saprete, questa filosofia non paga praticamente mai. O meglio, paga bene al botteghino (ed è per questo che il more of the same, nonostante tutto avrà lunga vita), ma risulta uno sfacelo quando si porta il film ai voti o si va davanti alla critica.
Singer riesce ad evitare di cadere in questo errore e anche se rimane su trend già ben delineati nei capitoli precedenti – vedi il percorso di Magneto, che per la seconda volta viene posto sul percorso della fiducia, con conseguente caduta e ancora conseguente redenzione -, riesce ad elevarsi con trovate geniali, prima fra tutte la scelta di Mistica come idolo dei giovani teenager mutanti ed emarginati, che vedono a lei come un oggetto di fandom (quasi fosse un voluto riferimento a Hunger Games) e che quindi portano il suo personaggio ad assumere il ruolo di leader carismatico che spesso negli X-Men, proprio quando lei era giovane ed inesperta, veniva affidato a Wolverine.
A dimostrazione delle capacità del regista, chiamiamo a testimoniare proprio il capitolo che vede protagonista Logan (i lettori dei fumetti riconosceranno il capitolo Weapon X e ne saranno entusiasti) nel quale il film cambia registro e passa per qualche minuto dal cinecomics all’horror movie. Trovata che senz’altro avvicina lo spettatore alla saga.
Questi sono solo alcuni esempi della bravura di Singer nel non cadere nello scontato delirio di poteri, ma anzi riuscire a ridarci con rinnovato entusiasmo alcune consolidate chicche – clamorosa la nuova scena di QuickSilver che ha richiesto tre mesi e mezzo di riprese per soli tre minuti di pellicola – e di introdurne di nuove, seppur con qualche scivolone perdonabile. Il ruolo dei cavalieri dell’apocalisse, in primis Arcangelo, sarebbe da rivedere, magari studiando di più il fumetto dal quale prende origine questo capitolo della saga.
Nonostante lungo tutta la durata del film si sfiori il limite del kitsch, il lungometraggio rimane un lavoro svolto con abilità innegabile, ricco di trovate e comunque sempre coerente con la saga dei mutanti.
Forse proprio per questo non è piaciuto a gran parte della critica, ma gli X-Men non sono mai stati benvoluti, sono degli emarginati, e questo ormai lo sappiamo bene e lo sanno anche loro.

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