Archivio film Cinema News — 19 Marzo 2018

Regia: Kurosawa Kiyoshi
Scritto da: Takahashi Hiroshi, Kurosawa Kiyoshi
Fotografia: Ashizawa Akiko
Personaggi e interpreti: Yamagiwa Etsuko (Kaho), Yamagiwa Tatsuo (Sometani Shota), Makabe Shiro (Higashide Masahiro), il ministro (Osugi Ren).
Prodotto da: WOWOW
Durata: 140 minuti
Anno: 2017

Il (cattivo) presagio del titolo sembra visualizzato immediatamente nella prima inquadratura: il pianerottolo sulle scale è rinchiuso da sbarre, che formano qualcosa di molto simile ad una gabbia. Una donna arriva, ripresa di spalle, ed entra in casa. La scena non trasmette altro che ansia, è un segno claustrofobico, un messaggio chiaro: di qualsiasi cosa si tratti, non è prevista una via di fuga.

La donna in questione è Etsuko: lei e Tatsuo sono una coppia normale, che vive una relazione apparentemente senza troppa passione. L’uomo però è sempre più nervoso, distante, e intanto nella quotidianità di Etsuko fatti inquietanti divengono sempre più frequenti: la collega Miyuki, ossessionata da presenze fantasmatiche, improvvisamente “perde” il riferimento alla famiglia, fa la sua apparizione il giovane dottor Makabe, un medico che lavora nello stesso ospedale del marito della protagonista, che si rivelerà il collegamento con la forza oscura che vorrebbe prendere il sopravvento sul pianeta Terra…

Kurosawa Kiyoshi, autore di film come Journey to the Shore, Creepy, Daguerrotype, per citare solo i più recenti, si ricollega idealmente al precedente Before We Vanished, tratto dal medesimo testo teatrale, per raccontarci allo stesso tempo l’inquietudine che precede l’invasione aliena e le pulsioni che agitano l’essere umano.

Originariamente prodotto come una serie televisiva in cinque parti, successivamente rimontato e presentato alla Berlinale 2018 nella sezione Panorama Special, Yocho è un film di genere, che combina elementi di science fiction e horror scegliendo, lo precisa lo stesso regista, una declinazione piana delle regole che soprassiedono a questo tipo di opere. Il terrore invade la quotidianità e, che si tratti di un fantasma o di un alieno in vena di invasione, poco importa. I movimenti della macchina da presa che isolano o mettono in relazione spazi, l’uso delle luci (penso alla lampadina che ondeggia macabra sopra il capo del padre di Miyuki, la ragazza che non lo riconosce più come genitore) sono gli strumenti tramite i quali rappresentare l’angoscia e la paura che colano nella vita di tutti i giorni avvelenandola. A questo riguardo una delle prime sequenze è a mio avviso un piccolo capolavoro: Etsuko è appena entrata in casa, la macchina da presa indugia nella stanza vuota, mentre la donna chiede: «Sei tornato…?». Il movimento della camera svela allora la presenza di Tatsuo, celato da tende che suddividono gli spazi. Nella successiva inquadratura lei è incorniciata da una finestra interna, si trova nello spazio della cucina, più illuminato; la figura di lui emerge dalla parte in ombra dello stesso quadro. Ma a questo punto la donna improvvisamente varca i “confini” ed entra nello spazio buio dove si trova il marito. Una brezza smuove le tende.

Con ampi rimandi a precedenti classici, da L’invasione degli ultracorpi a E.T., anche gli extraterrestri di Kurosawa hanno bisogno di una guida che possa coadiuvarli nella comprensione di quanto vorrebbero dominare: a questo scopo viene scelto da Makabe il marito di Etsuko, mentre la donna (per motivi che il regista non ritiene di spiegare) risulterà immune al condizionamento. Gli alieni non vengono affatto in pace (tanto per rimanere in tema…), ma “rubano” concetti basilari, se ne impadroniscono, li divorano con la semplice imposizione delle dita, privando gli sventurati umani di idee come famiglia, futuro, morte. Il tentativo di integrazione pacifica, auspicato anche dalle autorità, fallisce.

In questa atmosfera che prelude al disastro, Kurosawa fa crescere e sviluppa la storia d’amore, un po’ alla Jack e Rose del Titanic di Cameron. Nel dramma che incombe i due si riavvicinano, il sentimento, innescato dal presentimento, rinasce.

Convincente Kaho, l’attrice che interpreta il ruolo di Etsuko (ve la ricordate vampira in Tokyo Vampire Hotel di Sono Sion…?), Tatsuo, il marito, interpretato da Sometani Shota, è un fin troppo evidente rimando al protagonista di Parasyte, film in due parti di Yamazaki Takashi del 2014. Qui il potere dell’extraterrestre si manifesta con un dolore insopportabile ad uno degli arti, là l’essere alieno si impossessava completamente – e con risultati anche esilaranti – della mano destra del ragazzo.

Tutto il film, come si diceva, è un angoscioso preludio all’invasione, che infine avrà effettivo inizio, rappresentata dalle esplosioni e dai lampi lontani della sequenza finale.

In fin dei conti non ci vuole molto per spaventare lo spettatore: può essere sufficiente un silenzio o, ancor meglio, un presentimento.

Di terrore, appunto.

 

 

 

 

 

 

 

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