Archivio film Cinema News — 24 Maggio 2015

Quando si è giovani tutto sembra vicinissimo. Da vecchi si osserva la vita, il passato, i ricordi. E tutto sembra lontanissimo. Il tempo è un gioco di prospettive. A due anni da La Grande Bellezza, Paolo Sorrentino ritorna sul tappeto rosso del festival che non aveva tanto apprezzato la sua opera poi diventata premio Oscar. La Croisette temeva la grande vecchiezza di un Sorrentino diventato manierista di se stesso, invece Youth è un’opera sublime che tocca la profondità dell’esistenza restando in equilibrio sul filo della leggerezza, per poi entrar tra le stelle fisse a brillare di luce propria. Facendoci dimenticare del premio Oscar, grandi bellezze e innumerevoli allori. Cannes si è fermata in 17 minuti di applausi.
Lo stupore è ciò che rimane quando le luci si accendono e i cori si abbassano, usciamo di sala ricordandoci che poi, l’età è una condizione dell’anima. La dedica a Francesco Rosi spiega tutto. Oltre ad essere punto di riferimento per il cinema italiano, “a lui- spiega Sorrentino- devo il racconto dei due vecchi che si interrogano su un amore di 60 anni prima”. Una sera di qualche anno fa Sorrentino andò a trovare Rosi, che si trovava a discutere con un amico di una fidanzata della sua giovinezza: “Ma tu poi ci sei stato con lei? Nessuno dei due lo ricordava ma della gelosia si, di quello sapevano ancora benissimo. Del desiderio- spiega Sorrentino- di quello, si accendevano ancora”.
Fred e Mick sono amici da una vita, e ora ottantenni trascorrono un periodo di vacanza in un hotel di lusso ai piedi delle Alpi svizzere. Fred (Michael Caine), illustre compositore e direttore d’orchestra, non ha alcuna intenzione di tornare a dirigere, neanche se a chiederglielo fosse la regina d’Inghilterra. Mick (Harvey Keitel), regista altrettanto famoso, sta invece lavorando al suo ultimo film per il quale vuole come protagonista la sua vecchia amica e star internazionale Brenda Morel (Jane Fonda). Accanto a personaggi anziani, che conservano più o meno l’entusiasmo per la vita, ruotano i giovani, che traboccano di sogni, speranze, aspettative: Rachel Weisz, nel ruolo della figlia del compositore, Paul Dano, giovane attore, e la bella e sexy Miss Universo, Madalina Ghenea.
Ma giovane non è solo chi conserva la freschezza del corpo, e vecchio è chiunque si congedi dalla vita. Il tempo che rimane per ognuno di noi non fa la differenza, è il modo di affrontare il tempo che segna la linea di demarcazione. Allora Harvey Keitel nelle vesti del regista di successo si affanna per il suo ultimo film senza mai smettere di pensare al giusto scambio di battute finali. E Rachel Weisz oltrepassa il ruolo di figlia in un bilancio di egoismi e freddezze che rinfaccia al padre da sempre assente. Le età della vita rispondono alla soggettività del tempo e alla relatività della percezione. Osservare la vecchiaia e la giovinezza, come l’una osserva e giudica l’altra, come il passato guardi al presente ed entrambi al futuro è l’ossessione del regista che dipinge il quadro del tempo e poi si ferma ad osservarlo, da lontano.
Avvolti da un alone di mistero, i personaggi sembrano comparse di una rappresentazione in cui sta allo spettatore decidere ruoli e simboli. Anche i miti di una vita, come Diego Armando Maradona che Sorrentino cita sempre tra i suoi maestri, si spogliano della maschera per ritornare persone. Gelosie, rimpianti, tradimenti, vergogne, sono messi a nudo ed esposti allo sguardo, ma solo raramente entrano nelle conversazioni di Fred e Mick. L’amicizia è un po’ come la memoria, si ricordano solo le cose belle.
Con il passare del tempo, i ricordi sbiadiscono e non resta che la paura di dimenticare. Allora cerchiamo di affastellare ricordi, uno sull’altro, per tenerli tutti insieme: Maradona, l’infanzia di Sorrentino da lui definita “il mondo prima di ogni cosa”, la carta rossa delle caramelle Rossana che Fred fa suonare tra le mani e Sorrentino metteva davanti agli occhi per vedere il mondo in un altro colore. “La prima prova di regia di un ragazzino”, ricorda il regista. Amuleti del passato sono dispersi lungo tutto il film, quasi ad esorcizzare la paura di dimenticare. L’ossessione del ricordo dà vita alla visione di Mick, che in una passeggiata tra le Alpi vede comparire tutte le attrici della sua vita, nei loro vestiti di scena, ripetere meccanicamente le loro battute. “Ma poi spesso ho paura di ricordare solo i ricordi”, ammette malinconicamente Sorrentino.
Dopo una vita di cinema e televisione, il regista napoletano sembra cercare l’intimità della riflessione, la maturità dell’opera in cui Sorrentino regista e Sorrentino sceneggiatore si tengono in perfetto equilibrio. “Ho solo un paio di cose da dire- afferma il premio Oscar- il sotterraneo sentimento che stare al mondo sia faticoso anche all’apice della bellezza e i rapporti che si stabiliscono nelle relazioni di potere. Queste due cose racconto. A volte ho paura di averle già dette. Di perdere, con l’esperienza, l’entusiasmo”.
Si richiamano le opere tra loro, ma senza prevaricare l’una sull’altra. La Grande Bellezza rimane sullo sfondo per l’estetica voluttuosa, la musica, solenne e corale di David Lang, la rappresentazione del protagonista, cinico e disilluso. Michael Caine ricorda inevitabilmente Jep Gambardella, ma solo per il tempo di una sarcastica boutade. Lo stesso mistero circonda anche Fred, la stessa atmosfera surreale dagli echi felliniani ritorna nel defilé di Miss Universo in una Venezia dall’acqua alta, così come ritorna la magia di luci e colori sullo Schatzalp Hotel, che fu inoltre l’ambientazione de La montagna incantata di Thomas Mann. Ma ormai miti e maestri di una vita, anche quando citati, sono perfettamente integrati nel suo universo creativo. Youth è dunque, una riflessione complessa che non rinuncia ad essere semplice. “La leggerezza è un’irresistibile tentazione- ribadisce il maestro Ballinger, autore delle Canzoni Semplici- leggerezza è anche perfezione”.
La leggerezza in fondo, è anche quella di Paul Dano che alla fine sceglie di non interpretare Hitler. È il desiderio, non l’orrore, ciò che il giovane attore vuole raccontare, seguire cioè la vocazione del cinema. “Le emozioni sono sopravvalutate, Mick”, affermava convinto il maestro Ballinger. Ma poi si lascia convincere che forse le emozioni sono tutto quello che abbiamo, se vogliamo che la vita non diventi imitazione della morte.
“Il desiderio così impossibile, così impuro, così immorale, è quello che ci rende vivi”.

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