Cinema News — 26 marzo 2013

Si comincia al buio, con le voci fuori campo delle testimonianze dell’undici settembre 2001, e si finisce con un primo piano. Un volto in lacrime: la missione è compiuta, ma a quale prezzo? Nel mezzo, dieci anni di Storia americana, dieci anni per inseguire una vendetta senza gloria: Zero Dark Thirty non è, per fortuna, un manifesto ideologico a sostegno di questa o quell’altra fazione. Il film di Kathryn Bigelow è innanzitutto il racconto – verosimile, realistico, ma mai documentaristico in senso stretto – di un’ossessione, tutta a stelle e strisce, per un uomo, il ricercato numero uno al mondo: Osama Bin Laden. Ma questa ossessione, “giustificata” da un ideale di giustizia quantomeno discutibile, è di quelle che non possono portare a nessuna catarsi.

E’ qui che l’opera della grande regista americana si rivela in tutta la sua maestosità, cioè nell’abbandonare sul nascere qualsiasi proposito di “film a tesi”: in due ore di grandissimo cinema, la Bigelow mette in scena un universo nel quale il raggiungimento del proprio obiettivo (la cattura dello sceicco talebano, appunto) fa sì che vanga a mancare qualsiasi coordinata, qualsiasi certezza o punto fermo. Non ci sono buoni ma, forse, soltanto vittime: l’oggettività con la quale vengono mostrate le torture ai prigionieri, oggetto di tante critiche e discussioni, servono in realtà a contribuire a questo grande affresco di violenza e morte, nella quale lo spettatore si ritrova immerso senza quasi poterne uscire.

Rimangono soltanto i morti, alla fine: Zero Dark Thirty è l’affresco di un Paese ferito, che trova la forza di reagire solamente attraverso le stesse armi dei suoi assalitori; esattamente come Lincoln di Spielberg mostra la nascita della democrazia attraverso l’inganno e la corruzione, la Bigelow mette in scena un conflitto plumbeo e durissimo, reso ancora più insostenibile dalla centralità della sua protagonista femminile. Senza passato (né futuro), il personaggio della Chastain attraversa costantemente tutto il film, attuando sulla propria pelle un processo di metamorfosi e crescita nel quale la propria identità verrà progressivamente scomparendo, in vista del raggiungimento dell’obiettivo finale. Il quale, una volta raggiunto, non potrà che lasciarla sola: nella carlinga di un aereo, in preda ai propri fantasmi personali. C’è un momento in cui il film si ferma, quando cioè gli elicotteri americani sorvolano, neri e silenziosi, le montagne del confine pakistano: è un intermezzo muto e dilatato, in cui il racconto si trasforma in Cuore di tenebra e i toni diventano, improvvisamente, quasi horror. E’ il preludio alla fine, al termine di una pagina di Storia alla quale si è voluto dare necessariamente un senso, senza chiedersi però se fosse quello giusto.

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