Cinema Eventi News — 25 Aprile 2021

Regia: Adam Wingard

Cast: Rebecca Hall, Kyle Chandler, Millie Bobby Brown, Alexander Skarsgård, Julian Dennison, Damián Bichir, Brian Tyree Henry

Durata: 1h e 53 minuti

A cura di Mario A. Rumor

Cinque anni dopo la battaglia tra Godzilla e King Ghidora, ritroviamo Kong monitorato dalla Monarch e dalla dottoressa Ilene Andrews (Rebecca Hall) all’interno di una gigantesca cupola sull’Isola del Teschio. Jia, la figlia adottiva sordomuta della donna è in grado di comunicare con l’animale tramite il linguaggio dei segni. Nel frattempo, lo scienziato Nathan Lind (Alexander Skarsgård), teorico della Terra cava un tempo abitata dai Titani come Kong, viene assoldato dal presidente della società Apex Cybernetics per condurre una squadra di ricerca in quel luogo leggendario ed estrarne un’innovativa forma di energia. Lind convince Ilene a portare Kong come guida, mentre Godzilla si rifà vivo attaccando l’animale nel bel mezzo dell’oceano. Questa la trama ridotta all’osso di Godzilla vs. Kong, sequel di Godzilla II – King of the Monsters (2017) e Kong: Skull Island (2019). Il quarto episodio del MonsterVerse è un espediente che riunisce personaggi già conosciuti (Millie Bobby Brown e Kyle Chandler) a personaggi introdotti allo scopo di far convergere sotto una sola bandiera i due mostri, che prima si affrontano in una battaglia all’ultimo sangue e poi si uniscono contro il Mechagodzilla attivato dai ricercatori della Apex.

Profondo conoscitore dei monster movies del passato, il regista Adam Wingard attendeva con trepidazione il momento di confrontarsi con un blockbuster hollywoodiano; e il suo Godzilla vs. Kong oltre a possedere il physique du rôle per rientrare nel club, ha l’inconfondibile aspetto di un atto d’amore, con tutte le fisime che esso comporta. Al tempo stesso il film è un fragile tentativo di viaggiare in parallelo a ciò che è stato raccontato in precedenza, con la speranza di portare qualcosa di rinvigorente. Sullo schermo tanta premura e partecipazione emotiva si traducono in una doppia ramificazione (la banda Godzilla incontra la banda Kong) e conseguente ingorgo di personaggi che fanno poco, interferiscono tanto o, come il povero Kyle Chandler, non sanno bene come orientarsi nel gran spettacolo orchestrato per loro. La lealtà alla fenomenologia kaiju eiga appare una disperata stagnazione di riflessioni nei confronti del genere, incapaci tuttavia di trovare appigli sicuri o scappatoie nell’attualità tra il proliferare di fake news (la Terra cava) e ricerca di nuovi fonti energetiche. L’unica genialata ravvisabile ci pare il confinamento del povero Kong in lockdown al riparo nella cupola. Partendo da una esile proposta redatta da Terry Rossio, il film è stato a sua volta pasticciato dalla sceneggiatura di Eric Pearson e Max Borenstein: lungo il tragitto si sono aggiunte idee dello stesso regista per formalizzare la sua idea di blockbuster e migliorare ciò che era soltanto abbozzato in fase di scrittura. Qualche esempio riuscito: lo scontro in mezzo all’oceano, l’intelligenza di Kong sottolineata con una vena di tenerezza grazie alla bimba che interagisce con lui, oppure il legittimo godimento delle pratiche distruttive tipiche del kaiju a cui Wingard partecipa con enfasi quasi orgasmica ma senza restare sul vago: sua l’intuizione della cornice futuristica tutta neon di Hong Kong mentre viene flagellata dai due mostri.

In tale poetica visione del kaiju, i due mostruosi contendenti esibiscono qualità che vanno oltre le allegorie scaturite nei classici cinematografici che li hanno preceduti: se Godzilla resta una presenza enigmatica con quei suoi due occhietti impenetrabili, Kong impara invece a comunicare con gli esseri umani e a usare gli strumenti a portata di mito (l’ascia) in una versione aggiornata ed evoluta delle scimmie kubrikiane di 2001: Odissea nello spazio (film che Wingard ha tenuto in gran conto occupandosi della gravità inversa della Terra cava). Delle allegorie i nuovi Godzilla e Kong altrettanto legittimamente se ne infischiano costretti secondo copione ad aggiornare la furiosa materia action, così sfarzosa e ben coreografata da oscurare tutto il resto. A nulla infatti concorre la presenza della controparte umana tra ridondanti echi complottistici (il podcast condotto da Brian Tyree Henry, più che altro spalla comica del film), le reminiscenze letterarie da Viaggio al centro della Terra e il forzato collegamento con il precedente episodio che costringe Millie Bobby Brown a bighellonare da una scena all’altra con accanto nerd abilitato in sfide impossibili (Julian Dennison). Tant’è che un singolo ruggito di Kong ha più densità e intelligenza di tutte le battute recitate dagli umani. Un bestiale ruggito che, se tradotto, potrebbe testimoniare il disperato urlo di libertà di Kong e Godzilla per fuggirsene dalla mistificazione hollywoodiana in cui li hanno imprigionati. Adam Wingard con il suo Godzilla vs. Kong tra l’altro si rivela innamorato imparziale: mette sullo stesso piano i due mostri sfuggendo all’imbarazzo di pronunciarsi in favore dell’uno o dell’altro, a dispetto di quanto invece accadeva nelle rispettive edizioni, giapponese e americana, di Il trionfo di King Kong (King Kong tai Gojira, 1962) di Inoshiro Honda. Ma, si sa, l’amore talvolta è cieco.

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