Archivio film Cinema News — 16 Giugno 2024

Una premessa: forse avrete notato, su questo blog. che alcuni miei saggi precedenti riguardavano Budd Boetticher.  D’accordo infatti col responsabile Fabio Zanello, ho intenzione di rendere pubbliche le recensioni scritte per me durante gli anni dei miei studi universitari (1967-1971), ovviamente riveduti e aggiornati. Ho ormai rinunciato a scrivere un libro sull’opera complessiva di Boetticher, ma non all’idea di far conoscere i suoi film. Che sono sempre, quale più, quale meno, meritevoli di essere divulgati ad un pubblico più vasto di quello che lo conosce perché anni fa circolavano ancora, nelle sale o sui teleschermi o per ragioni di lavoro.  Decisione al tramontoDecision at Sundown è il terzo capitolo del famoso ciclo Ranown, cioè quell’insieme unitario costituito da sette western nati dal capitale investito a tale scopo dal produttore Harry Joe Brown e dall’attore Randolph Scott, il cui acronimo diede il nome alla società. L’attore  volle essere il protagonista di tutte le avventure del ciclo suddetto. “Girato con pochi soldi- scriveva il compianto Aldo Viganò-, ma con assoluto rigore stilistico […] Il western di Boetticher è assolutamente privo di motivazioni storiche o sociali. Nessuna metafora o simbolismo ideologico” (in Storia del cinema western in cento film, Le Mani, Recco-Genova, 1994, p.118).  All’inizio di Decision at Sundown ( Sundown è una cittadina inventata, di fantasia) una diligenza attraversa lo schermo, scendendo veloce da una collina. D’improvviso un passeggero si affaccia minaccioso da un finestrino, impugnando una pistola ed intimando ai guidatori di fermarsi, poi esplode un colpo in aria e guarda tutt’in giro: in attesa di cosa? di una rapina? Macché: lo sparo è solo un segnale per un amico che si avvicina portando con sé due cavalli. Randolph Scott, il passeggero misterioso, fa ripartire il postiglione, senza arrecare danni alla diligenza né ai passeggeri. Come vedremo, questo inizio anticipa una costante dei western del ciclo Ranown, e non solo: la violazione delle attese (degli spettatori) nell’ambito di una serie di topoi di questo e di altri generi.  Qui Boetticher utilizza situazioni ben conosciute agli appassionati, ma solo per cambiarle di segno, per mutarle, per introdurre nei sentieri conosciuti del genere il fertile seme della variante, dell’inatteso, del diverso. Nella struttura portante- in fondo classica- delle situazioni canoniche del genere il regista inserisce alcuni temi presenti nella sua intera filmografia, esposti con chiarezza, in modo esplicito. Questi temi riguardano: 1) le reazioni della comunità del villaggio (la sua passività) a fronte del predominio del villain e 2) il ruolo della donna. Proprio alla figura del cattivo occorre prestare molta attenzione perché, come sempre nei film del Nostro, egli non è l‘incarnazione  pura e semplice del Male, ma qualcosa di ben più complesso, mosso da appetiti ben più assillanti (l’avidità, la sete di potere) degli altri personaggi, ma in fondo non differente da loro, ossia non privo, qui come altrove, di qualche spicchio di ragione, per cui la sua sopravvivenza finale sorprende, ma al tempo stesso è attesa, è voluta dallo spettatore stesso, il quale ha colto i segnali sparsi qua e là nella pellicola (l’amore che nutre per lui la convivente, che i benpensanti di Sundown guardano con malcelato imbarazzo; i ripetuti accenni al fatto che Mary, la moglie suicida che Scott intende vendicare, era davvero una donnaccia, ben diversa dall’immagine da santino che il marito continua pervicacemente a difendere e che vuole vendicare a tutti i costi …). Appena giunti in paese, Bart Allison (Scott) e il suo amico Sam (Noah Beery jr,) vanno dal barbiere, che subito li avverte che il negozio è chiuso in quanto si stanno per celebrare in chiesa le nozze tra Tate Kimbrough (John Carroll), l’uomo più ricco e potente del posto, e la bella Lucy (Karen Steele), figlia di Charles Summerton, l’unico cliente presente nel locale: tutto il paese è in fibrillazione per l’avvenimento. Mentre si rade da solo, Allison svela superficialmente i suoi piani: intende uccidere Kimbrough, (l’uomo, lo sapremo in seguito, avrebbe sedotto e indotto al suicidio la sua Mary), perciò, senza alcuna spiegazione, Bart porge anticipatamente le condoglianze al padre della sposa, la quale -aggiunge- dovrebbe addirittura ringraziarlo, perché le evita di sposare un’autentica canaglia. Mr. Summerton, dietro un perentorio invito di Bart, esce dal negozio, così il barbiere può tempestare di domande i due forestieri. Egli è il pettegolo del villaggio (lo vedremo infatti rivolgere frasi provocatorie all’indirizzo di Ray Teal, proprietario di un ranch che ha ceduto senza reagire il controllo dell’intero territorio al vorace Kimbrough, poi sputtanare crudelmente, senza nessuna pietà, il malcapitato pastore, che rifiuta un bicchiere di whisky, dichiarandosi astemio. Il perfido barbiere finge di urtarlo, mandando in frantumi il contenitore di liquore che il vizioso bugiardo cela in una tasca della giacca).  La sequenza è ricca di quello humour così caratteristico del cinema di Boetticher, che lo accosta ad un maestro del western, Howard Hawks, e in particolare qui al film Un dollaro d’onore – Rio Bravo, del 1959, quindi successivo a Decision. Per cominciare i due film hanno un’ambientazione pressoché identica: un piccolo centro, le sue strade, i suoi locali, saloon in testa, ma, soprattutto, le situazioni basilari del plot sono assai simili: degli uomini sono asserragliati nella casetta che funge da ufficio dello sceriffo e da prigione- qualcuno l’ha definito non a torto un western da camera– ma non si piegano ai soprusi del boss locale, senza ricevere alcun aiuto dai pavidi residenti. Tante coincidenze, che tuttavia non provano affatto che Hawks abbia ricalcato le orme di Budd, visto che si tratta in fondo di momenti topici del genere (si pensi al capolavoro di Fred Zinnemann High noon-Mezzogiorno di fuoco,1952, che non può comunque rivendicare diritti di primogenitura, in quanto anch’esso segue il solco di parecchi film antecedenti). C’è però un notevole dettaglio che stabilisce senz’altro che Hawks o qualche suo collaboratore conoscevano bene Decision: Bart non può assolutamente bere a spese di Kimbrough, l’uomo che vuole far fuori per vendetta. Lo sceriffo Swede Hansen (Andrew Duggan), al soldo del padrone di Sundown, interviene e cerca di obbligare il forestiero a bere alla salute di Kimbrough, facendo cadere le sue monete dentro la sputacchiera del locale. Allison reagisce di scatto: afferra lo schifoso recipiente d’ottone e lo poggia sul tavolo, a saldo delle sue consumazioni. Anche in Un dollaro d’onore il repellente contenitore di sputi, simbolo di una società maschilista catarrosa e del tutto impermeabile alle usanze civili dell’Est, rappresenta il banco di prova dell’umiliante degradazione a cui sta per spingersi l’ormai alcolizzato ex vicesceriffo Dude (Dean Martin). Mentre dunque Boetticher crede nella capacità di reazione dei cittadini del paese e afferma che la sconfitta del cattivo è resa possibile solo dal concorso di varie forze che, con difficoltà, finiscono per unirsi, Hawks conduce i suoi eroi alla vittoria isolandoli dal resto della comunità, schierando dalla parte dello sceriffo Chance/John Wayne solo un team assai mal assortito  [un vecchio storpio, un ex vicesceriffo reduce da una crisi amorosa affogata nell’alcool assieme alla propria dignità, una donna da saloon/Angie Dickinson che sa come far impazzire i maschi con le sue bellissime gambe, ed un giovane pistolero che, durante l’assedio dei fuorilegge che pretendono  l’immediata scarcerazione del loro capo/Claude Akins,  prova a consolare i suoi soci con la sua chitarra e la sua voce (è il  cantante Ricky Nelson, meno di 20 anni e già idolatrato dalle minorenni americane)], comunque vincente.               Il ruolo delle donne (che nel western è di solito totalmente subordinato a quello dell’uomo) risulta molto interessante in Decision at Sundown, in rapporto al protagonista ed al contesto sociale in cui esse vivono. I personaggi femminili importanti sono tre: Ruby, l’amante di Kimbrough; Lucy, la sua promessa sposa, e Mary. Proprio quest’ultima risulta la figura centrale del film a livello narrativo, anche se non vi compare mai. Mary Allison, benché morta, è il vero motore dell’azione, il catalizzatore invisibile che spinge il marito a vendicarsi/a vendicarla. O meglio, è la sua immagine, la donna/angelo che Bart, militare sudista che, come Ulisse, ha combattuto per anni lontano da casa, ha amato, ha idealizzato senza voler sentire ragioni, per cui, allorché questo idolo mentale, questa Penelope al contrario crollerà a causa di una testimonianza più che affidabile, quella dell’amico Sam, il quale sarà costretto da Allison ad abbandonare il rifugio comune -la stalla- proprio per essersi macchiato  delle rivelazioni su Mary, la femmina di tutti ben prima della relazione con Tate Kimbrough. Proprio tale notizia ed un ossessivo senso di colpa per la morte di Sam (colpito a tradimento dallo Spagnolo, un killer al servizio del villain arricchitosi enormemente a Sundown, il moribondo affida al dottore il suo testamento vocale, raccomandandogli di confermare all’amico che “Mary era una donnaccia”) distruggono completamente il protagonista. “Bart Allison- scrive Francesco Ballo (nel Dizionario del Western americano 1899-2022, a cura di R. Guarino, Gremese, 2022, p. 114)- rappresenta quasi la personificazione del mito del Sud. La sua è una dedizione totale alla causa che lo porta a battersi al di là della giustezza dell’idea, perché abbandonare significa una cosa soltanto: tradire, scoprire nell’essenzialità del proprio mondo (la vendetta) quasi tutti i nessi che regolano l’agire dell’uomo, tranne quelli che ora -in una comunità che tutti li assomma e li muove -mettono in crisi il personaggio del vendicatore”. Questi non riuscirà ad affogare nell’alcol la sua disperazione e se ne andrà/fuggirà da solo da Sundown (o dalla sua coscienza?), in un finale amarissimo, ma rispettoso dei canoni del western.                     Ruby, l’amante di Kimbrough, nonostante viva da tempo nei saloon, è una donna in un certo senso fedele, completamente asservita al suo uomo, per il quale è disposta a affrontare il disgusto dei benpensanti locali nei confronti di una prostituta. È lei, con la fucilata improvvisa, assolutamente inattesa (perché va contro le leggi non scritte, ma rese sacre e inviolabili dal loro utilizzo in centinaia di racconti, scritti o filmati, di genere western, che il pubblico conosce a menadito e che, di conseguenza, si aspetta di vedere sempre rispettate) ad interrompere il duello finale: colpendo Tate alle spalle, Ruby rischia di ucciderlo, ma in realtà gli salva la vita. Condannata dalla morale comune per il suo mestiere, Ruby è molto migliore di quanto non sembri. Sicuramente è migliore di Mary, sposa fedifraga, piena di corteggiatori, come li definisce eufemisticamente Sam. E non è peggiore di Lucy Summerton, la giovane, affascinante promessa sposa di Tate Kimbrough, cattivo per antonomasia.  Essa non è la ragazza di specchiata virtù che tutti reputano a Sundown. Il suo è un matrimonio d’interesse a cui la sollecita lo stesso genitore, che da anni traffica in affari più o meno puliti con Tate. Lucy è contesa tra due uomini che si battono per possederla a colpi d’influenza sulla comunità. Vincerà, a sorpresa, quello il cui potere è meno appariscente, ma anche meno labile, cioè il dottor Storrow, il cui sfogo oratorio nel saloon sarà decisivo per la caduta di Tate e di tutta la sua masnada. Lucy è un’avvenente ragazza bionda molto decorativa, e costituisce il premio in natura della contesa tra i due rivali. Le nozze con Kimbrough, accettate, s’è visto, anche per favorire gli affari paterni, stabiliscono una sorta di parentela con Mary: sarà capace di fedeltà Lucy se, come potrebbe accadere, sposerà il dottore? Su un quesito morale di questa portata l’apparente happy end di una coppia ancora in costruzione apre un’incrinatura non trascurabile nelle sue ottimistiche, sotterranee, sicurezze.   Ho già parlato delle frequenti violazioni delle attese del pubblico e/o della critica. Quanto ho scritto a proposito delle tre donne del film ne costituisce un esempio illuminante. Boetticher è abituato a inventare situazioni, atteggiamenti, momenti divertenti, per non dire comici, rappresentati da battute, movimenti del corpo, tic ripetuti, fisici o verbali, che servono ad attenuare la tensione di alcune sequenze, a creare una sorta di alleggerimento narrativo. Per esempio, quando lo spietato pistolero soprannominato lo Spagnolo riesce ad arrivare sotto la finestra dei due assediati, Bart lo colpisce con un rampino da fieno ad un braccio. In questa situazione, che nel western-spaghetti sarebbe stata di certo accompagnata da un diluvio di sangue, qui invece si vede il dottore che presta le sue cure al ferito. In questo momento di forte tensione, Sam pronuncia una battuta atta ad attenuarla: mentre il medico sta medicando la ferita, egli esclama che per fortuna “il dottore ha con sé la tintura di iodio!” Quest’ironia, questa capacità di inserire momenti di distensione all’interno delle situazioni più tragiche è un tratto caratteristico del cinema di Budd Boetticher. Un altro esempio?  Quando Lucy, rischiando la pelle, va a chiedere spiegazioni a Bart sui motivi che l’hanno spinto a impedire il suo matrimonio e a minacciare di renderla vedova prima delle nozze, il texano a un certo punto afferra la giovane provocatrice, la distende sulle sue ginocchia e poi le infligge un sonoro sculaccione, costringendola a strofinare a lungo la parte colpita: ecco un’altra situazione assolutamente atipica per il genere, non certo per l’autore. Anche nella scena nel saloon (che forse è servita da modello alla sequenza della sputacchiera di Un dollaro d’onore) la battuta del simpatico barista che si dichiara strapagato da Bart e ne ritira i soldi, ossia la sputacchiera che li contiene, è un altro istante pieno d’ironia, molto distensivo, degno del miglior Boetticher. Ma se il film è disseminato di scene equivalenti ad attese violate, ciò significa evidentemente che il regista sa abilmente creare delle attese: si veda ad esempio come, prima della scena in cui Bart interrompe la cerimonia in chiesa e spiega ai presenti i motivi della sua irruzione, Boetticher sparge qua e là indizi che alimentano dubbi, incertezze, domande sulle ragioni che spingono Allison alla vendetta. Osservando l’arrivo degli sposi su calessi separati, Sam confessa all’amico di non avere mai assistito ad un matrimonio. “Neanche al tuo!” aggiunge. A questo punto, se si guarda attentamente l’espressione improvvisamente rabbuiata di Scott, si capisce di essere stati testimoni di una gaffe. Ma quale? Sappiamo con certezza che Allison si è sposato. Ciò contribuisce a rendere denso d’implicazioni il suo discorso in chiesa. Soltanto in seguito verremo a sapere che la donna da lui sposata non corrisponde affatto all’idea che egli ha conservato nel cuore per tutta la durata della guerra. Così, in questo modesto B-movie a budget ridottissimo, a differenza di altri capolavori del ciclo Ranown che si svolgono all’aperto, in scenari rocciosi o in deserti di sabbia che sembrano prolungarsi all’infinito, mentre qui l’ambientazione è concentrata per circa un terzo del film all’interno di una stalla, a sua volta collocata all’interno di una little town immaginaria, anonima, ricostruita dentro gli studi della Universal con edifici e locali probabilmente riciclati da qualche film precedente, Boetticher  è in grado di mostrarci la tragicità della vita di un individuo guidato durante una parte fondamentale della sua esistenza da un’astratta idea di vendetta. “Il fascino di Decisione al tramonto -osserva acutamente Aldo Viganò (op. cit., p.120)- sta nella sua assoluta povertà, che diventa stile attraverso un linguaggio sobrio sino al limite dell’autonegazione. A Sundown non si svolge uno scontro tra il Bene e il Male, ma solo tra due individui, le cui specifiche reazioni nei confronti della situazione che si trovano a vivere sollecitano una presa di responsabilità morale da parte della comunità cittadina: e, inevitabilmente, anche dello spettatore”. E questo sarebbe il peggior film del ciclo Ranown? Non scherziamo, per piacere.

Mario Molinari

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